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La legge 285 istituisce il Fondo nazionale per l’infanzia
e l’adolescenza finalizzato alla realizzazione di interventi
a livello nazionale, regionale e locale per favorire la promozione
dei diritti, la qualità della vita, lo sviluppo, la
realizzazione individuale e la socializzazione dell’infanzia
e dell’adolescenza.
La legge stabilisce che siano le Regioni, nell’ambito
della propria programmazione, a definire, sentiti gli enti
locali, gli ambiti territoriali d’intervento e procedere
al riparto economico delle risorse al fine di assicurare l’efficienza
e l’efficacia degli interventi e la partecipazione di
tutti i soggetti coinvolti. Quali ambiti territoriali d’intervento
possono essere individuati i Comuni singoli o associati, le
Comunità montane e le Province.
Gli enti locali compresi negli ambiti territoriali d’intervento,
mediante accordi di programma cui partecipano, in particolare,
i provveditorati agli studi, le ASL e i centri per la giustizia
minorile, approvano piani territoriali di intervento della
durata massima di un triennio, articolati in progetti immediatamente
esecutivi, nonché il relativo piano economico e la
prevista copertura finanziaria.
Gli enti locali assicurano la partecipazione delle organizzazioni
non lucrative d’utilità sociale nella definizione
dei piani d’intervento.
Le finalità dei progetti sono individuate nel:
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sostegno alla relazione genitore-figli e
nel contrasto della povertà e della violenza |
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introduzione di innovazione e sperimentazione di servizi
socio-educativi per la prima infanzia |
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sostegno dei bambini e degli adolescenti nei momenti
di tempo libero |
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promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza,
per l’esercizio dei diritti civili fondamentali,
per il miglioramento della fruizione dell’ambiente
urbano e naturale, per lo sviluppo del benessere e della
qualità della vita dei minori, per la valorizzazione,
nel rispetto di ogni diversità, delle caratteristiche
di genere, culturali ed etniche |
La legge 285/97, ha rappresentato un’occasione irripetibile
per sperimentare un nuovo metodo di lavoro per promuovere
"un’azione non solo riparativa, ma soprattutto
preventiva e promozionale a favore di infanzia e adolescenza
nel nostro paese".
La legge ha scelto "…gli itinerari della crescita,
della formazione e della socializzazione delle persone come
luogo di prevenzione del disagio e di rafforzamento dell’identità,
di sviluppo del benessere e della cultura, di misura dell’efficacia
politica ed amministrativa nella gestione dei tempi e degli
spazi che abitiamo.
La legge è strettamente collegata al primo Piano d’azione
del Governo, sull’infanzia e l’adolescenza (1997
- 1998) che indicava le priorità su cui intervenire
a breve e medio termine. Nel Piano una parte significativa
è occupata dalle politiche preventive, intese sia in
una prospettiva generale (prevenzione del disagio nei minori
e promozione dell’agio) sia in una prospettiva specifica
(ad es. prevenzione degli abusi, ecc.).

Nel corso degli anni ’90 svariate leggi nazionali di
settore (tossicodipendenze, devianza minorile, ect.), ed anche
diverse legislazioni regionali in materia di servizi sociali
ed assistenziali, hanno promosso ed utilizzato la progettazione
sociale e territoriale come chiave di sviluppo.
In modo ancor più particolare il caso della legge 285/97
permette di cogliere come lo sviluppo di una comunità
possa essere inteso sia come esito di un percorso attivato
(istituzione o servizi o realtà del territorio) in
un territorio ma, allo stesso tempo, anche come punto di partenza:
infatti, una comunità che si percepisce e si considera
tale può giungere a utilizzare la forma progetto per
dare corpo alle proprie idee, propositi, desideri, intenzioni.
Nell’ambito dell’applicazione della 285 si ritrovano
entrambe queste situazioni.
Il progetto in alcuni casi ha dato "forma" e "sostanza"
alla comunità locale: esso è stato la parte
visibile di una prospettiva che intravede nella comunità
il perno intorno al quale far ruotare il sistema dei servizi,
in una relazione di reciprocità, e con una funzione
dei servizi che sia di promozione e stimolo, ma soprattutto,
di assunzione delle domande e dei bisogni che la comunità
esprime.
Lo sviluppo di un progetto in tale prospettiva ha evidenziato
l’importanza della conoscenza preliminare della comunità
e del radicamento dei servizi, promotori del progetto, nella
comunità. La credibilità (ed il valore) di molti
progetti tra quelli attuati deve molto a questi due aspetti.

Il confronto tra operatori ed amministratori che è
avvenuto nel corso del primo triennio d’attuazione della
legge ha permesso di mettere a fuoco alcune criticità
e sbavature:
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i tempi troppo stretti per la progettazione,
hanno determinato una concentrazione di attenzione sulle
procedure e sulle scadenze, lasciando sullo sfondo i bisogni
sociali (per lo più ipotizzati), i contenuti degli
interventi, le strategie di azione |
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sono emerse resistenze e timori rispetto all’adozione
di metodologie di pianificazione e di programmazione con
modalità meno centralistiche e rispettose delle
diverse competenze ed autonomie locali |
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si sono evidenziate deboli competenze progettuali a
livello di amministrazione comunale, nel senso che sono
stati esclusivamente recepiti progetti elaborati dal privato
sociale |
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si è rilevata la tendenza, inizialmente, ad assemblare
progetti senza che fossero parte di una pianificazione
complessiva.
Nonostante le molte difficoltà incontrate nello
sviluppo della legge è parere unanime che molti
degli obiettivi sono stati raggiunti. |
Vi è stato, infatti, un forte investimento:
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sulle metodologie delle politiche sociali
: dal "progettare per accedere a finanziamenti"
alla logica di piano |
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nella valorizzazione dell’esperienza di integrazione
e riconoscimento del ruolo di enti ed organizzazioni non
lucrative |
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sull’integrazione dei servizi e degli interventi
sia fra istituzioni pubbliche diverse che tra pubblico
e privato sociale |
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sul territorio: risorse finanziarie ed umane, servizi,
interventi e opportunità per l’infanzia e
l’adolescenza |
Da non dimenticare, infine, che la legge ha comportato anche
un forte impegno di carattere culturale: l’importante
ruolo del Centro Nazionale di documentazione per l’infanzia
e l’adolescenza di Firenze si è tradotto nella
predisposizione di due manuali applicativi, di documentazione,
di costruzione di una banca dati (anche on line) sui progetti
ed i Piani territoriali, nella realizzazione di percorsi formativi
nazionali a favore dei responsabili politici e tecnici nonché
degli operatori coinvolti nei servizi, nella redazione di
una rivista e di molte altre attività.
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